Lavoro
Lavorare ś, ma non a queste condizioni.
21.12.2010

In Cina disabili come schiavi.

La furia produttiva che caratterizza il sistema economico cinese provoca forme di sfruttamento dei lavoratori che ci sono note solo in parte. C’è sempre da scoprire qualcosa di nuovo, purtroppo.

Sappiamo, da inchieste condotte in Italia su fabbriche cinesi che operano nella clandestinità, cosa voglia dire non poter lasciare il proprio posto di lavoro ed essere soggetti a ritmi estenuanti che non lasciano spazio ad altro che non sia il produrre senza sosta e senza diritto ad un giusto orario e a una giusta paga, per non parlare di sicurezza sul lavoro e tutela della salute.

Se il modello è questo, è facile immaginare quanto più grave possa essere la situazione che si vive all’interno della stessa Cina. Ma, per fortuna, non tutto avviene sempre nel silenzio delle autorità e senza che qualche voce si levi, ad esempio sui giornali, a denunciare i fatti più intollerabili.

Al centro della vicenda che stiamo per raccontarvi, sulla base di quanto scritto da  due organi di informazione cinesi, ci sono  un centro di assistenza,   una fabbrica di prodotti per l’edilizia e una agenzia di collocamento. I rispettivi  dirigenti sono ora in carcere.

Il centro,  nella provincia del Sichuan a Chengdu, ha un fondatore che si chiama Zeng Lichuan A partire dal 1996 quest’uomo vende almeno 70 handicappati mentali per farli lavorare a Pechino, Tianjin e altre città: lo scrive il quotidiano China Daily, riportando le dichiarazioni di un funzionario governativo.

11 di questi handicappati, trattati come schiavi, vengono trovati in una fabbrica dello Xingjang, la Jiaersi Green Construction Material, di cui è proprietario Li Xinlin. A sentire questo imprenditore gli si dovrebbe solo chiedere scusa per il disturbo e  ringraziarlo per quello che fa.  Perchè  dichiara  che tutti i suoi dipendenti hanno un regolare contratto  e quelli che sono affetti da disabilità mentale sono stati ingaggiati  tramite una agenzia di collocamento che “offre aiuto ai disabili per favorirne l’inserimento sociale”.  Il titolare di questa agenzia, Zeng Linquan deve ora rispondere di traffico di esseri umani.

 Gli 11 operai della fabbrica dello Xingjang, tutti   con  handicap mentali, da anni erano ai lavori forzati, spesso picchiati e malnutriti: si dice che mangiassero mangimi animali.

La scoperta della loro tragica storia è frutto dell’iniziativa di alcuni blogger, che dopo esser riusciti a penetrare nella fabbrica,   fotografano i disabili. Le foto, messe in rete, documentano in modo inequivocabile quali fossero le condizioni dei malcapitati detenuti nella fabbrica. Scatta l’indagine, la fabbrica viene chiusa e i disabili liberati.

Un caso non certo isolato, se è vero che le stesse autorità  ammettono che in  Cina c’è un grande traffico di esseri umani, che la polizia non riesce a debellare. Il ministero della Pubblica Sicurezza spesso annuncia  grandi successi: tra aprile 2009 e settembre 2010, 17mila bambini e donne sarebbero stati liberati dalla polizia. Ma questi dati trionfalistici suscitano perplessità, viste le continue scoperte di lavoratori-schiavi.

Nel 2007 si scoprì che migliaia di bambini e ragazzi rapiti erano costretti a lavorare nella fabbriche di mattoni dell’Henan e dello Shanxi,: senza riposi festivi né ferie, costretti a dormire in stanze fredde, con poco cibo e senza salario, sorvegliati da cani e guardiani, picchiati ad ogni accenno di protesta. Almeno un operaio, disabile mentale, fu battuto a morte dal sorvegliante perché non lavorava abbastanza veloce.

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